Un’idea di sviluppo: le microeconomie locali


“Tutti i beni eran per loro, la fertile terra
dava spontaneamente molti e copiosi frutti
ed essi tranquilli e contenti si godevano
i loro beni, tra molte gioie”
Esiodo
Le opere e i giorni

Come difendersi dalla fake-news sul food? Come reagire ai falsi allarmi sul cibo? Come evitare pretenziosi vegani, falsi vegetariani e improvvisati opinion leader in cucina? Ora il cibo è dittatura, mediatica soprattutto! Siamo diventati schiavi dei suoi usi, dei suoi sprechi e dei suoi consumi. Mangiamo sempre e male, tutto il giorno. Ogni programma è farcito di preziosi ingredienti, improbabili diete, consigli malvagi… Ne parla pure Giovanni Floris (diMartedì, La7), non si astiene nemmeno Corrado Formigli (Piazza Pulita, La7), si cede la parola persino a Red Ronnie o altri analfabeti in materia. La parola di un premio nobel contro quella di una velina anoressica, entrambi, sullo stesso piano. Il gioco si fa mediatico, il pubblico tifa per l’uno piuttosto che per l’altro. I contenuti passano in secondo piano e l’audience aumenta. Cresce l’interesse e cala la spesa pro-capite. Ci si informa di più e si è disposti a spendere sempre meno. Ecco che il sistema ha generato un mostro… e ora?

La gastronomia, così come la filosofia, è un campo democratico del sapere… ognuno vuol dire la sua e pensa di avere la verità in tasca!

Già nel 2009 ho provato a far luce in questa giungla (allora eran solo germogli, ndr) scrivendo una tesi su come è cambiato il mondo alimentare e il nostro approccio ad esso… mi sono concentrato sulla modernità analizzando come l’agricoltura, o meglio il sistema agricolo, sia passata da generatrice di risorse a fonte di spreco assoluto. Un lasso di tempo breve e ristretto, duecento anni soltanto, in grado di far precipitare le economie e portare il pianeta terra sull’orlo di una catastrofe sempre più imminente.

Questo testo non manca oggi di mostrare l’attualità dei contenuti e la grande ambizione contenuta nelle sue pagine. Il cibo e le nostre scelte alimentari influenzano, più che mai, le politiche mondiali. Non farci mangiare dal cibo è
possibile (cit. Carlo Petrini) basta pensare a un mondo centrato su microeconomie locali che rispetti il territorio, l’ambiente e il paesaggio in simbiosi e armonia con tutto il creato. Questo è sempre più necessario. I fatti che quotidianamente compaiono e si leggono sui giornali, parlano di calamità naturali, disastri ecologici, dissesti idrogeologici, cementificazioni ed erosione di suoli sempre più gravi e dannose per l’ambiente naturale.

Al giorno d’oggi la situazione agricola pare aver preso una piega positiva nel verso giusto, quel che pare andare in senso contrario è che, nell’obbiettivo mondiale di raggiungere il 20% di energie rinnovabili entro il 2020, si stanno commettendo gravi danni ai nostri paesaggi. Se usate nel giusto modo le energie rinnovabili rappresentano un toccasana per l’ambiente, se usate indiscriminatamente per speculazioni e facili guadagni esse diventano dannosissime. Al sogno di un energia rilocalizzata, ipotizzato nell’ultimo capitolo del mio testo, va ora prendendo piede una prospettiva magra e pericolosa. 

Questa rilocalizzazione sta avvenendo in modo disastroso, strappando terreni all’agricoltura provocando un disastro non solo agricolo, ma anche alimentare, idrogeologico, ambientale, paesaggistico. Non si tratta di essere contro le risorse alternative, si tratta di essere contro un uso scellerato e speculativo di tali sistemi. L’Italia, a differenza di altre nazioni, come la Germania per esempio, concedeva incentivi a chi sceglie di piantare a terra pannelli fotovoltaici anziché finanziare il recupero di aree industriali dismesse o in funzione, cave abbandonate, lungo le autostrade. Questo sta avvenendo anche nell’ angolo di Pianura Padana dove vivo. Oggi si piantano queste tecnologie su terre fertili e la debolezza finanziaria che il sistema agricolo e gli agricoltori si trovano a vivere rende le loro terre
appetibili da molti imprenditori che non hanno mai avuto a cuore la questione ambientale. Così facendo risulta più facile convincere gli agricoltori demotivati a cedere le armi e i propri terreni, per speculazioni edilizie, talvolta legate alle energie rinnovabili. Queste famiglie di coltivatori e allevatori, un tempo chiamate contadine, per secoli hanno ricoperto il ruolo di guardiani dei nostri paesaggi. Li hanno lavorati, salvati, custoditi e protetti dalle intemperie della storia (cit. Bruno Andreolli). Ora non ne hanno più la forza davanti alla situazione di crisi odierna. Non sono casuali le manifestazioni e i presidi contro l’eolico sugli appennini modenesi o le varie contestazioni che vengono fatte soprattuto nella zona alpina del nostro Paese. Concludo usando le parole di Carlo Petrini il quale ci ricorda che: “(…) difendendo
l’agricoltura non difendiamo un bel mondo antico, ma difendiamo il nostro Paese, le nostre possibilità di fare comunità a livello locale, un futuro che possa ancora sperare di contemplare reale benessere e tanta bellezza.”

La bibliografia di riferimento non vuole essere esaustiva ma, molto umilmente, si limita a elencare le fonti considerate essenziali per l’avvio di una ricerca sull’argomento, in uno sguardo d’insieme che permetta di capire e interpretare il presente in una logica complessa e interattiva.

Le parole di Esiodo, riportate all’incipit di questa breve nota introduttiva, vogliono essere un
messaggio di speranza e di fiducia per l’avvenire. Una sorta di ritorno al futuro. Forse il tempo c’è
ancora.

Buona lettura!

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