Chi è Il Gastronauta? La risposta in un’intervista esclusiva a Davide Paolini


Davide Paolini si racconta. Un’intervista dal carattere autobiografico che cerca di indagare dove nasce l’amore per la buona cucina. L’intenzione principale è quella di trascrivere una conversazione senza apportare modifica alcuna al testo e alle parole pronunciate dall’intervistato. Ripercorrere le tappe che hanno portato il Gastronauta ad affermarsi sulla scena nazionale e internazionale.

Dove è nato e da che tipo di famiglia di famiglia è nato? Si leggono spesso i ricordi della sua nonna, che cosa ha rappresentato per Lei e per la sua professione attuale?

Allora io sono nato nel 1948 a Galeata in provincia di Forlì (ora FC), un paese spostato verso l’appenino romagnolo. La mia famiglia è stata molto importante nella mia formazione gastronomica perchè, praticamente, da parte materna era tutta una famiglia dedita alle carni: mio nonno era un commerciante di carni e aveva anche un salumificio, mia madre lavorava nell’azienda materna con i miei zii e anche mio padre, in un secondo tempo, è andato a lavorare in questa azienda di macellazione e commercio di carni… quindi diciamo che il cibo io ho cominciato a respirarlo appena nato. Mia nonna è stata molto importante perchè era molto attenta alla cucina così pure mio nonno, il quale conoscendo molto bene le carni, era uno molto speciale per quanto riguarda il mangiare. Ma oltre mia nonna una persona molto importante, che cito anche nel libro per qualche ricetta, è stata diciamo la donna che lavorava a casa mia che si chiamava Fortunata, tra l’altro fortunata fino a un certo punto perchè aveva perso un occhio (pertanto gliene mancava uno!). Fortunata è stata una cuoca straordinaria, è stata anche la perpetua del parroco di Galeata, anzi del Monsignore di Galeata, e quindi aveva una grandissima abilità ai fornelli. La cosa straordinaria è che io, per esempio, nel periodo in cui frequentavo il liceo a Forlì, prendevo il pullman alla mattina presto e tornavo a casa verso le due, o due e mezzo, e lei mi aspettava e mi preparava le cose calde.

Devo dire che mi ha viziato in maniera incredibile, conosceva inoltre alcune mie passioni e lei ogni volta esaudiva questi miei desideri culinari. Diciamo quindi, che i personaggi importanti dal punto di vista gastronomico sono stati: mio nonno, mia nonna e questa Fortunata.  Mia nonna Teresa da parte materna, però, non di meno, è stata importante mia nonna paterna perchè era di una famiglia contadina e aveva così una conoscenza dei prodotti molto approfondita e faceva una cucina talmente sana che a sua volta venni viziato anche da lei, per esempio con il suo zabaglione, mentre l’altra nonna con cui vivevo mi viziava sul resto, sul pranzo e sulla cena.

Che cosa ha studiato il Gastronauta?

Dunque io ho frequentato il liceo scientifico e in seguito la facoltà di scienze politiche Cesare Alfieri a Firenze con indirizzo economico. Poi mi sono iscritto anche a Economia e Commercio, ho sostenuto alcuni esami, ma non ho preso una seconda laurea. Sono stato però 9 mesi alla comunità europea a Bruxelles 6 mesi da stagista e 3 mesi da esperto… ero alla direzione affari economici e finanziari.

Ah (deglutisco) … quindi… questo ha formato in qualche modo il Gastronauta? Ha così avuto occasione di viaggiare parecchio da subito, giusto?

Diciamo che l’università mi è servita a capire e a andare al di là del cibo. Io dico sempre che per me il cibo è un mezzo e non un fine. Il fine secondo me è la scoperta dei territori, delle tradizioni e della storia di quelle realtà. Probabilmente i miei studi in sociologia e antropologia, svolti durante gli anni a Scienze Politiche, mi sono serviti a condire, molto spesso, ciò che scrivo con considerazioni che sicuramente vanno al di là della gastronomia e qui sono presuntuoso ma voglio ricordare un aneddoto molto particolare: Mario Deaglio, che è stato direttore di diversi giornali nonchè grande commentatore della Stampa di Torino -stò parlando dell’economista e non del fratello Enrico giornalista- un giorno ha scritto di me, anzi, mi ha scritto una lettera dicendo che, forse, ero l’unico che infarciva i miei articoli sul cibo con considerazioni storiche, antropologiche e sociologiche meravigliandosi del fatto che andavo al di là del cibo. Questo è stato forse il commento più interessante che io abbia mai ricevuto.

Si sente di consigliare particolari percorsi formativi a chi volesse intraprendere questa carriera? Una domanda che potrebbe avere una risposta o anche no… insomma, che cosa dovrebbe studiare un aspirante Gastronauta?

Mah… un aspirante Gastronauta… riparto da quello che ho detto… ovvero che il fine del Gastronauta sono i territori, dunque una conoscenza di questi ultimi è importante. Poi dovrebbe, secondo me, avere innanzitutto la passione per il cibo, questo è scontato, ma non va intesa in modo grossolano. Passione per il cibo come ciò che c’è dietro e dentro al cibo. Questo è fondamentale. Non solo l’aspetto sensoriale dunque. A mio parere un gastronauta non può avere solamente come fine ultimo l’aspetto sensoriale. E’ importante avere altri obbiettivi come il ripercorrere il percorso del cibo, il discorso della filiera, del territorio, degli uomini ma deve essere anche in grado di verificare la qualità di quel determinato del cibo. Non solo mangiare ma anche andare a vedere questi altri aspetti. L’altra cosa dovrebbe avere sicuramente una passione per il viaggio ma non viaggiare davanti al piatto bensì attraverso di esso, andando a vedere dove è nato quel prodotto e chi lo ha fatto e chi lo ha cucinato. Un percorso di conoscenza abbinato al viaggio… io non amo molto coloro che dettano legge semplicemente sedendosi al ristorante, assaggiando un piatto e dicendo buono o cattivo, liquidando così in poco tempo un territorio e un’entità complessa come un piatto. Viaggiare, andare a scoprire e conoscere la realtà delle produzioni è fondamentale, si tratta di capire la realtà della cucina. Quindi il viaggio, inteso in questo senso, è uno dei fattori più importanti per un gastronauta. Dico sempre che laddove finisce un viaggio ne deve iniziare un altro e il viaggio conta qualcosa solo se tu poi lo racconti e, raccontandolo, origini il discorso della memoria. Se no non vale assolutamente niente.

Se lei dovesse dare una definizione di se stesso. Come si definirebbe? Ovvero chi è questo Gastronauta?

Questo gastronauta è uno che ha la passione per il cibo e per il vino, anzi devo dire che la mia vera prima passione è stato il vino. E’ stata una grande passione iniziale poi è diventato anche il cibo, con il tempo. Questa passione mi ha permesso di scoprire un mondo, quello della gastronomia e quello delle produzioni, quello del dove nasce cosa e, siceramente, devo dire di aver fatto delle scoperte umane straordinarie. Poi col tempo ho abbastanza deviato… son partito dalla passione sensoriale per il cibo e piano piano si è trasformata in qualcosa di diverso, una passione culturale. Una passione di cultura materiale, ecco, distinguiamo: la mia è una passione di cultura materiale. Io sono appassionato alla cultura materiale che è la cultura con la C maiuscola. Quindi questo gastronauta è uno che ha passione per la cultura materiale, non solo e semplicemente per una passione sensoriale.

A questo punto del discorso sorge spontanea un’altra domanda: Gastronauta si nasce o si diventa?

Guarda ti leggo un passaggio del mio libro dove affronto l’argomento: ” (…) nessuno ha innato il dono della sensorialità, della passione per il viaggio o per le soste, l’amore per la scoperta dei profumi, dei sapori nonché l’attrazione per gli artigiani del cibo: casari, pasticceri, panettieri, gelatieri, salumai, vignaioli, ovicultori, allevatori, macellai, cuochi etc. Queste emozioni emergono con il trascorrere lento del tempo, magari stimolate da un nonno, dal partner o da una compagnia godereccia o, ancor meglio, sotto la spinta personale dell’interesse per il territorio, per la cultura materiale, per la ricerca dell’identità. Gastronauta si diventa, ma è necessario possedere delle sensibilità: l’amore per l’armonia, per la bellezza, la scelta della lentezza, l’attrazione del gusto, il friccico del cercare ma non del trovare, il desiderio della convivialità, la voglia di condividere il piacere.

Un piatto, una ricetta, un formaggio, un salume, un dolce, un frutto, un pesce, un ortaggio, un vino sono il punto di partenza, non lo striscione d’arrivo.”3

Lei nella vita si è occupato di Formula 1, come è avvenuto il passaggio? Quello del cibo è stato per Lei un hobby mutato in professione o qualcosa di latente nella sua anima da sempre?

Allora innanzi tutto precisiamo. Solitamente vengo identificato come Formula 1 in realtà io, prima della Formula 1, ero direttore comunicazione del gruppo Benetton e quindi io mi occupavo di comunicazione, di eventi e di sponsorizzazione a trecentosessanta gradi. Questa, in fin dei conti, è stata la mia principale professione prima di quella di Gastronauta. Ma facciamo un passo indietro, allora: la mia carriera è cominciata da Bruxelles e da qua dobbiamo ripartire. Rientrato in Italia sono finito a lavorare all’ufficio studi del banco di Sicilia perché, ovviamente, la mia passione di allora, i miei studi mi portavano a quello che mi piaceva molto allora, ovvero capire i meccanismi dell’economia internazionale. Ero un grande appassionato del mercato dell’Euro-Dollaro e del meccanismo dei cambi, questo bisogna precisarlo. Poi, nonostante questo lavoro di prestigio, ho capito che fare l’economista, forse, non era il mio mestiere… io volevo divulgare. Così è nata la mia passione per il giornalismo, una passione che ho sempre avuto e ho cercato di combinarla con le mie conoscenze economiche e ho cominciato a scrivere. Sono stato assunto da La Nazione di Firenze nel 1978 dove io appunto mi occupavo della pagina di economia, dopodiché sono passato al settimanale Il Mondo a Roma e durante un incontro con Luciano Benetton mi è stata offerta la possibilità di andare a lavorare con lui e occuparmi di comunicazione, soprattutto di sponsorizzazioni. Io ero molto appassionato di questo, avevo già fatto degli articoli al riguardo e lui era stato colpito da questi. Morale della favola: lui mi offrì questo incarico ma l’idea di poter scrivere e fare il giornalista non cessava in me. Io il giornalismo lo identificavo molto con il viaggio e questo mi piaceva moltissimo.

In quel periodo in cui sono stato a lavorare presso Il Mondo, ho viaggiato molto in giro per il mondo, sia per servizio che per altri motivi. Decisi poi di andare a lavorare in Benetton solo perché al gruppo Rizzoli ci fu lo scandalo della P2 e tutto veniva reso difficile. Se tu dovevi partire avevi bisogno di trenta permessi e questo mi aveva un po’ fatto ricredere sul mestiere del giornalista. Accettai così l’incarico in Benetton e venni assunto con l’obbiettivo di comunicare l’azienda, non di fare Formula 1. Una volta in azienda dove io mi occupavo a trecentosessanta gradi della comunicazione abbiamo studiato a tavolino che la sponsorizzazione più interessante per quel gruppo, che si stava espandendo in tutto il mondo, era la Formula 1. Sono così entrato in Formula 1 continuando a lavorare come direttore comunicazione del gruppo Benetton. Oltre al primo incarico, mi venne assegnata anche la responsabilità della Formula 1, la quale è così famosa nel mondo che ogni volta io vengo identificato con quella. Nessuno si ricorda, invece, che io ho comunicato la Benetton, e credo anche molto bene, e che mi sono occupato della comunicazione per la quotazione in borsa del gruppo. Ho fatto inoltre tutta una serie di cose, ho organizzato moltissimi eventi, sia sportivi che culturali, e mi sono occupato anche del lavoro di coordinamento delle pubbliche relazioni dell’azienda in tutto il mondo. Ho avuto così l’occasione di vivere da vicino il boom imprenditoriale di questa azienda. Diciamo dunque che è evidente che in tutti questi anni, sia quando sono stato a La Nazione di Firenze, a Bruxelles o in giro, io ho sempre avuto una gran passione per il cibo, evidentemente ereditata dall’ambiente famigliare. Quando una persona vive in una famiglia che si occupa di cibo, nel bene o nel male, eredita questa conoscenza. Col passare del tempo poi ho preso sempre più la passione per il vino e per i ristoranti, faccio fatica a dire che non si trattava di una passione abbastanza latente. Con la Benetton ho avuto poi modo di girare il mondo, di conoscere ristoranti in tutto il mondo, prodotti in tutto il mondo, vini in tutto il mondo, quindi, diciamo che questa passione è stata coltivata e piano piano è germogliata. Una volta uscito da Benetton ho creato una società che si chiama, ancora oggi, IDEAPLUS SRL. Quest’ultima nacque in concomitanza con tante altre società satellite che si occupavano di comunicazione ( ora sono state vendute o appartengono a altri) e cominciai a fare comunicazione a tutto tondo. Nei primi anni di Idea Plus, il cibo c’era ma non era molto importante, ci siamo occupati dell’immagine di personaggi e di eventi che non avevano nulla a che vedere vedere con il cibo, si trattava quindi di una società che si occupava di strategie di comunicazione soprattutto economico finanziaria. Nel 1983 quando ancora ero in Benetton ho cominciato a collaborare con il Sole 24 Ore per il Domenicale. L’allora direttore del Sole 24 Ore, Gianni Locatelli, mi telefonò e mi disse: “quelle cazzate che ci raccontavi a pranzo o quando ci incontravamo a cena… perchè non le scrivi?” … lì è nata questa storia, nel senso che ho cominciato a scrivere nell’83 sulle pagine di questo neonato inserto. Sono poi rimasto in Benetton fino al 1990. I primi sette anni di collaborazione con il Sole 24 Ore, sulle pagine del Domenicale, mi vedevano occupato su entrambi i fronti. Poi Idea Plus, questa società di cui parlavo prima, cominciò a occuparsi meno di strategie di comunicazione e di altri settori. I miei lettori lettori mi chiedevano di parlargli di cibo, di comunicare cultura materiale. A un certo punto decisi che era giunto il tempo di smettere sommare troppe cose diverse. Decisi così di intraprendere la strada del cibo costruendo eventi, scrivendo e occupandomi solo di quello.

Complimenti

Ecco, Questo è stato il percorso.

Bellissimo… quindi il Gastronauta nasce nell’1983? Si firmava già Gastronauta?

Nell’1983 la rubrica non si chiamava Gastronauta, non c’è mai stata una rubrica che si chiamava Gastronauta. Il Gastronauta è nato nel tempo, non riesco a dire un momento esatto in cui l’abbia concepito. Sicuramente la collaborazione è nata nell’1983 con una rubrica che tutti conoscono e che si chiamavaA me mi piace“.

Ancora oggi si chiama così.

Esattamente! Questo titolo è significativo per due motivi principali: innanzitutto è volutamente sgrammaticato in quanto il cibo e la cultura materiale entravano per la prima volta nel settimanale di cultura del Sole 24 Ore…una cosa molto importante e abbiamo voluto far vedere che era una stonatura voluta. L’altro discorso ” A me mi piace” perchè voleva significare che era quello che piaceva a me e quindi non ero un critico, non mi ritenevo oggettivo, ma tutto quello che stava scritto in quella rubrica era soggettivo. Quindi era un mio modo di pensare e di giudicare. Il modo di vedere il mondo della gastronomia con gli occhi di una persona che non si atteggiava a fare il critico ma che voleva semplicemente raccontare quello che gli piaceva e che non gli piaceva.

Chiarissimo!

Oggi il mondo della ristorazione e dell’alimentazione è qualcosa di democratico, tutti ne parlano, tutti ne scrivono e, più o meno, tutti lo vivono. Crede che sia positivo o negativo. Voi giornalisti del settore vi sentiti meno importanti di dieci anni fa? Vi spaventa la pluralità delle voci attuale?

No, allora diciamo che sicuramente il fatto molto positivo è che sia avvenuta una democratizzazione del cibo e della cultura del cibo. Su questo non ci sono dubbi. Io non sono per niente spaventato dai tanti che scrivono, perchè io scrivo da trent’anni quindi non ho di che preoccuparmi. Forse le preoccupazioni le potrebbe avere chi ha cominciato sette o otto anni fa. Io continuo nella mia strada con molta tranquillità e ritengo che comunque ci sarà secondo me a un certo punto una fase di decantazione e quello che ho letto ultimamente sullo scandalo di TripAdvisor lo dimostra.

Un fatto sicuramente da prendere in considerazione. Quindi va benissimo la divulgazione massima però sono convinto che alla fine ci sarà una decantazione e probabilmente molti verranno espulsi… espulsi nel senso di non seguiti. Quindi credo di non aver assolutamente paura anche perché la mia audience sulla radio non è alta, è altissima… quindi non ho nulla di che temere.

Oggi lei scrive su una della testate giornalistiche più importanti d’Italia, parla a numerosissimi gastronauti dagli studi di Radio24, organizza eventi in giro per l’Italia… e non solo!… si dice soddisfatto? Che cos’è che le da più soddisfazione in tutto il suo lavoro?

Ma in tutto il mio lavoro la cosa che mi da più soddisfazione sono coloro che mi scrivono, sono coloro che quando vanno nei locali che io raccomando dicono che hanno letto questa cosa su un mio articolo e si trovano poi contenti di essere andati li. Il mio maggior obbiettivo è il mio pubblico, non è il resto. Non è il consenso al di fuori del mio pubblico quello che mi interessa è il consenso del mio pubblico, cioè che la gente abbia fiducia di quello che scrivo e di quello che indico via radio.

Volevo sottolineare che il mio pubblico è un pubblico molto affezionato e fedele probabilmente si rendono conto che in tutti questi anni io non ho mai venduto fumo. Credo che questo sia estremamente importante.

Dunque si dice soddisfatto?

Si sono soddisfatto ovviamente si può anche sempre migliorare però sono abbastanza soddisfatto. Sono soddisfatto specialmente quando mi capita una cosa che mi diverte molto e che mi capita, non spesso, ma spessissimo. Ovvero mi capita di essere nei posti, anche non nei ristoranti ma in giro, e qualcuno sentendo la mia voce e mi identifica. Del resto non mi conoscono fisicamente. Mi è capitato l’altro giorno addirittura in un isolotto vicino alle Cinque Terre, in cui io stavo mangiando e dietro a me stavano sedute quattro persone. A un certo punto, mentre io parlavo, si è girata una signora dicendomi: “Ma lei è il Gastronauta?”. Questo mi capita in treno, mi capita in taxi, mi capita per strada, mi capita magari quando sto parlando con qualche mio amico e c’è qualcuno che sente la mia voce. Mi è capitato in treno una volta tornando da Mantova che addirittura ci sono stati 5 o 6 che mi hanno riconosciuto, poi tutti questi erano felicissimi di avermi incontrato “ah ma lei è il Gastronauta?!”, queste sono soddisfazioni maggiori perchè poi mi ricordano:” Ah mi ricordo che lei a parlato di quel ristorante… sa io ci sono andato!”. E l’altra cosa che mi fa molto piacere è che molte volte ci sono certi ristoratori che mi dicono che la gente va con il ritaglio del giornale. Questo è il massimo della soddisfazione.

Si, si… ci credo! Nella sua carriera, ricorda anche degli insuccessi?

Ah bè si sicuramente… ora non mi vengono, però sicuramente molte volte ho sbagliato, magari sono stato una volta in un ristorante che mi è sembrato eccellente, poi son tornato una seconda volta e ho scoperto essere una delusione. Oppure molte volte che mi sono stati segnalati dei ristoranti, sono andato deciso, magari facendo anche molti chilometri e ho scoperto delle bufale. Sicuramente questo succede continuamente. Devo dire che ho sbagliato una volta in particolare… oltre a quello che ti ho già detto, una volta ho scritto un articolo su due ragazzini di diciassette e diciott’anni siciliani, i quali lavoravano in un ristorante chiamato Rosolini, ho scritto un articolo, un panegirico di questi due giovani. Quella volta ho mosso un gran casino perché, tra l’altro, un mio lettore ha preso un aereo ed è andato apposta per mangiare.Molti produttori di vino siciliani che non conoscevano sto posto mi han telefonato chiedendomi spiegazioni, in quanto l’avventura di questi due è durata pochi mesi e poi sono franati e han dovuto chiudere il ristorante. Sono partiti benissimo poi pian piano han sempre peggiorato e il proprietario ha deciso di chiudere il ristorante. Questa secondo me è stata una gaffe non indifferente, anche perché li avevo pompati parecchio. Però ultimamente mi hanno detto che uno dei due ragazzi è tornato a fare il cuoco. Uno dei due aveva avuto una crisi e aveva proprio smesso di lavorare in cucina e l’altro si era disperso… l’ultima notizia è questa… magari chissà potrebbe anche tornare alla ribalta!

Ricorda anche eventi da lei organizzati che non hanno avuto successo?

Ah si si….di inventi invece ce ne sono molti che non riusciti come avrei voluto…mmm… ad esempio Semplicemente Uva. Non avrei mai pensato a tale difficoltà nel mettere assieme i produttori di vino, chiamiamolo così, naturale e poi pensavo ci fosse una maggiore risposta da parte del pubblico milanese. Questa sicuramente è stata una delusione. Un’altra delusione l’ho avuta anche a Macerata. Un evento che si chiamava Pork’è, tutta basata sul maiale, il gioco linguistico era pork’è, avevo creato anche il marchio. Una delusione perché c’è stata una prima annata di successo e poi è stato deciso di non continuare da parte di chi aveva fatto l’investimento, ovvero la camera di commercio di Macerata e gli enti locali, questa operazione mi ha abbastanza deluso.

Cosa si aspetta dal futuro della ristorazione? Come sarà il ristorante del futuro? Quale panorama va delineandosi?

Ma… uno dei miei prossimi articoli parlerà proprio di questo. Ho scritto un articolo sull’enoteca Marcucci di Pietrasanta e di altri locali e sono convinto che il locale del domani non sarà più di alta cucina. Non esisteranno più i menu degustazione, sarà un ristorante che avrà sempre dei punti forti, o la cantina o la particolarità dei prodotti o dei piatti semplici ma nuovi. Io credo che questa sarà la linea… credo che sarà una tratt-osteria (corsivo mio) del passato resa contemporanea. Credo che questo sarà l’impatto del futuro, non solo per il costo… io credo che sempre di più si chieda semplicità e onestà a tavola. L’imperativo sarà più che mai quello di dare ciò che sta scritto in carta, di offrire i prodotti che si dice di avere e che ci sia anche un cuoco che sia in grado di fare piatti che vadano al di là delle tagliatelle con il ragù. Deve esistere altro, un modo nuovo di concepire la pasta con il ragù magari selezionando di più la pasta, magari facendo dei ragù molto più alleggeriti però non credo più alle fughe in avanti, alle avanguardie. Queste ultime ci saranno sempre perché è giusto che trainino il panorama. Oggi io credo che le avanguardie abbiano finito il loro percorso e quindi ci sarà un momento di stabilizzazione. C’è stata la grande rivoluzione della Nouvelle Cuisine, c’è stata questa grande innovazione di Ferran Adrià (Davide Paolini si è seduto per ben otto volte ai tavoli de el Bulli)…io credo che a questo punto avvenga un riassestamento… prendere il meglio del messaggio che ha dato Ferran Adrià, creatività ed altro, e portarlo su dei canovacci che sono quelli di sempre.

Come sarà, invece, il Gastroanauta del futuro?

Il Gastronauta del futuro sarà uno che dovrà raccontare con mezzi moderni. Spieghiamo meglio, diciamo che il fondo del gastronauta rimarrà quello, però, magari, dovrà andare in giro con la videocamera e raccontare momento per momento quello che gli succede in diretta.

Dunque sempre a contatto con il suo pubblico?

Mah anche con un altro pubblico perché la diretta può farla benissimo su internet o su altro, quindi non è detto che il pubblico sia sempre quello… anzi io credo che il pubblico del giornale il Sole 24 Ore non sia lo stesso di Radio24… son due pubblici completamente diversi e quindi questo penso possa essere un altro pubblico ancora.

E’ convinto di quel che ha detto?

…ne sono convintissimo.

Vorrei solo aggiungere che io mi occupo anche di arte. Ho infatti già fatto parecchie mostre d’arte, installazioni tradotte in prodotti. Questa rientra nelle cose che mi han dato più soddisfazioni, ovvero, inventarmi delle installazioni artistiche partendo dai prodotti. Volevo dare l’idea che ci sono prodotti, quelli che io definisco giacimenti gastronomici, che non sono prodotti uguali agli altri, che non si possono scambiare con prodotti industriali e che hanno un grande contenuto di cultura materiale: la gestualità, la storia, la tradizione che portano dentro e volevo dargli una forma particolare. Così mi sono inventato queste installazioni che hanno avuto abbastanza successo perché ne ho fatta una a Isera in Trentino, poi ne ho fatta un altra itinerante sempre in Trentino, poi ne ho fatte due a Riccione e poi ne ho fatta una alla Rotonda della Besana a Milano. Si chiamavano “L’arte secondo il Gastronauta. L’arte del cibo e il cibo dell’arte”.

I prodotti sono stati tradotti in arte vera e propria sulla base dei miei disegni: la scala del gusto (formaggio Ragusano), percezioni di San Giovese, lo scambio delle coppie (violino di capra), profumo che cola (colatura di alici) etc…

Grazie mille

E’ stato un piacere!

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